Decreto Ingiuntivo Europeo. Con quale forma prosegue l’opposizione?

Frequente, e di notevole efficacia, è il ricorso al Decreto Ingiuntivo Europeo per il recupero dei crediti all’estero.

Generalmente, da parte di molti studi legali,  viene preceduto da una ricerca sulla solvibilità del debitore. Viene emesso dalla Corte adita in base ad un’istruzione molto sommaria. Viene pertanto notificato e nell’ipotesi in cui non venga opposto, acquista il valore di cosa giudicata.

Nel caso invece di opposizione del debitore cosa succede? E qual’è la normativa di riferimento?

Ci si riferisce, nella fase di opposizione alla normativa dello Stato cui appartiene la Corte o il Tribunale che ha emesso il decreto ingiuntivo.

Nel caso in cui la normativa di riferimento sia il diritto italiano, quali forme dovrà seguire l’opposizione?

Sul punto riportiamo un’importante pronuncia del  Tribunale di Taranto (sez. II, decreto 15/09/2016 n° 5949) che  offre significativi spunti di riflessione.

A seguito di ingiunzione di pagamento europea emessa ai sensi del Regolamento (CE) n. 1896/2006, la parte ingiunta proponeva  opposizione nel rispetto delle forme e dei tempi dettati dalla normativa europea di riferimento.

La causa veniva iscritta a ruolo su istanza del difensore della opponente.

Da qui la necessità di stabilire come dovesse proseguire il processo.

La Corte adita prima di affrontare la decisione individuava il quadro normativo: anzitutto citava l’art. 17, par. 1, del regolamento europeo, che disciplinava gli effetti della presentazione di un’opposizione (in particolare prevede che quando l’opposizione è proposta entro il termine stabilito dall’articolo 16, paragrafo 2, e il ricorrente non abbia esplicitamente richiesto con il ricorso l’estinzione del procedimento, essa “prosegue dinanzi ai giudici competenti dello Stato membro d’origine applicando le norme di procedura civile ordinaria”); inoltre richiamava il secondo comma della norma sopra menzionata: “passaggio al procedimento civile ordinario, ai sensi del paragrafo 1, è disciplinato dalla legge dello Stato membro d’origine” (pertanto occorre fare capo alla legge dello Stato che ha emesso l’ingiunzione di pagamento); infine l’art. 26 del suddetto regolamento europeo, che prevede inoltre un’ipotesi residuale, disponendo che “tutte le questioni procedurali non trattate specificamente dal presente regolamento sono disciplinate dal diritto nazionale”.

Il Giudice adito, prospettava inoltre le quattro diverse forme di opposizione applicabili, già prospettate in dottrina.

Una prima interpretazione prevede l’applicabilità degli artt. 645 c.p.c. s.s. anche per il decreto ingiuntivo europeo, atteso che il legislatore comunitario ha inteso garantire in tempi rapidi la formazione di un titolo esecutivo, che anticipi gli effetti della sentenza, esigenza pienamente soddisfatta dall’ordinamento italiano attraverso  dell’art. 648 c.p.c.

Tuttavia, seguendo così questa impostazione fino alle estreme conseguenze si dovrebbe onerare lo stesso opponente di proporre una opposizione a decreto ingiuntivo, ma rispettando questa volta le forme ex art. 645 c.p.c.: la corte escludeva questa prima interpretazione, poiché una siffatta soluzione avrebbe menomato il diritto di difesa dell’opponente. Infatti per il decreto ingiuntivo europeo è richiesto semplicemente di indicare (e non allegare) i mezzi di prova; pertanto l’opponente non avrebbe avuto la possibilità di prendere cognizione delle prove poste a fondamento del credito ingiunto, e non avrebbe potuto quindi costruire la sua difesa in maniera adeguata (si pensi al caso dell’eventualità che voglia disconoscere la scrittura privata indicata nel ricorso monitorio).

Altra tesi illustrata prevedeva l’applicabilità dell’ordinanza del mutamento del rito ex art. 426 c. p. c.. Tuttavia anche questa soluzione veniva esclusa: infatti, questa disposizione presuppone la completezza della domanda attrice, che nella fattispecie in esame, come sopra osservato, difetta.

Per la stessa ragione andava esclusa l’applicazione dell’art. 616 c.p.c., in tema di prosecuzione dell’opposizione all’esecuzione proposta in forma sommaria davanti al giudice dell’esecuzione in giudizio a cognizione piena, ed alla quale norma pure ci si è richiamati in giurisprudenza.

La corte prediligeva un’ultima possibilità: l’art. 125 disp. att. c.p.c., che pur riguardando fattispecie diverse, come ad esempio il caso dell’interruzione della causa o della declaratoria di incompetenza,  avrebbe trovato  qui applicazione in via analogica.

In altri termini si imporrebbe al creditore ricorrente di riassumere la domanda completa di  petitum  e causa petendi già proposta con il ricorso monitorio europeo e si garantirebbe il rispetto del contraddittorio.

Trattandosi di riassunzione, taluni effetti giuridici della domanda (prescrizione, decadenza, litispendenza) avrebbero potuto essere ricollegati proprio al ricorso per decreto ingiuntivo europeo e non alla citazione ex novo: il processo iniziato nella forma comunitaria finirebbe così con il proseguire con la riassunzione.

Detta soluzione resterebbe in linea con quanto dispone il regolamento europeo, cioè che il procedimento introdotto nelle forme del ricorso monitorio europeo prosegua nelle forme del rito ordinario.

Alla luce di quanto sopra premesso il Tribunale fissava la causa per la prosecuzione del giudizio.

Tribunale, Taranto, sez. II, decreto 15/09/2016 n° 5949

fonte qui


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